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Ecco l'hard bop

Pubblicato da Antonio Ferrero Cracas

La suggestiva ipotesi della data di nascita dell'hard bop attorno al 1955, anno della morte di Charlie Parker, ha un suo reale fondamento e puo' essere accettata proprio come punto di partenza di ulteriori frutti rivoluzionari che scaturiranno in seguito nel free jazz. Definitosi East Coast Jazz, in polemica con la costa californiana anche nella nomenclatura, l'hard bop si riconobbe nella sostanza di una musica dura ed impietosa, protestataria nel sangue, nella stessa misura con cui il cool aveva reperito in un dolente e disperato solipsismo le ragioni di fondo della sua espressione. Non andarono molto lontano nelle loro elaborazioni musicali gli hard-boppers, tuttavia realizzarono un universo di rivolta che mai fino allora aveva manifestato sintomi altrettanto forti e robusti, persuasivi nella misura in cui trovarono piu' difformi canali espressivi per realizzarsi. L'operazione di rivolta si mosse attraverso le linee interne dei recessi dell'anima, tanto che l'hard bop non tardo' a riconoscersi e talvolta a confondersi con la soul music.
Il simbolo piu' concreto dell'irruenza con la quale l'hard bop aggredi' il mondo del jazz, proponendo i termini della rivolta in modo perentorio ed inconsueto, fu il trombettista Clifford Brown, morto prematuramente proprio nella stagione in cui stava esprimendo il meglio di se'. Ne' va sottovalutata l'ipotesi che il tramonto dell'hard bop, come musica impegnata e non commerciale, abbia coinciso con la fine del suo esponente piu' sensibile e appassionato, che insieme ad Art Blakey e a Max Roach ha dato vita ai momenti piu' emotivi che il jazz degli anni Cinquanta abbia saputo offrire.
Infine, anche se nel circuito dell'hard bop andarono ad insinuarsi fenomeni commerciali come il rock and roll ed il rhythm and blues, almeno quello proveniente dalla cultura nera non contaminata dalle numerose imitazioni bianche che i due movimenti musicali produssero, e' innegabile che l'hard bop ha rappresentato una forza di continuita' solida con il jazz moderno espresso dal be-bop, dal quale ha ereditato il sub strato culturale, fino a condurlo alle estreme conseguenze. Al seguito di Clifford Brown, di Art Blakey e di Max Roach, non furono pochi i jazzmen che percorsero quella strada impervia, dal pianista Horace Silver al sassofonista Sonny Rollins, artefici assoluti di una improvvisazione senza soste che si svolgeva dal principio alla fine, per cui ogni session d'incisione, come in concerto, il blowing, il soffiare nello strumento, rifletteva una ragione di vita, una riflessione necessaria ed inderogabile, seguendo sempre - va detto a chiare note - lo schema armonico del blues, la musica madre di ogni reazione.
(Tratto dalla "Storia del Jazz" di Walter Mauro) Nella foto Clifford Brown




Art blakey's Jazz Messengers - Dat Dere


Art Blakey drum solo