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Ma cos'e' il be-bop?

Pubblicato da Antonio Ferrero Cracas

Nel momento in cui le orchestre di Earl Hines e di Billy Eckstine cominciavano a disgregarsi, nacquero piccoli gruppi di studio e di ricerca, come ad esempio il quintetto di Gillespie e Oscar Pettiford con Parker, Bud Powell e Max Roach e l'aggiunta del sassofonista Don Byas, quest'ultimo troppo tradizionale per resistere ad un urto cosi' violento con la nuova musica, tanto che passo' al gruppo come meteora. Lo schema era oltremodo semplice: esposizione del tema da parte di una tromba e sassofono, poi libero sfogo all'improvvisazione individuale. Un vero e proprio singulto continuo con rapiti e folgoranti scansioni ritmiche della batteria, sotto la guida lucida di Dizzy Gillespie e di Charlie Parker. L'uno al fianco dell'altro ad inventare, a ricostruire sulle rovine dello swing, nel Three Deuces, nel tunnel dei nuovi suoni che oramai cominciavano a farsi strada, a farsi accettare in nome di un rinnovamento che muoveva dalle fondamenta stesse di questa musica in pieno progresso e che si prefiggeva di rompere ogni legame con lo stereotipo dello swing. I boppers non volevano che il jazz fosse una musica da ballo, ma una musica d'ascolto, una musica "pura", in piena antitesi con quei tradizionali giri armonici che oramai a loro producevano solo piu' noia e disinteresse. La testimonianza di un grande musicista bianco, il pianista Lennie Tristano, puo' fornire una chiave di lettura molto precisa e illuminante: "Lo swing era caldo, pesante, rumoroso. Il be-bop e' fresco, leggero e soffice. Il primo produceva sferragliando e sbuffando come una vecchia locomotiva, il secondo ha un beat (pulsare) piu' sottile, che diventa piu' pronunciato per mezzo dell'implicazione."
Anche nel modo di vestire si notava la profonda frattura: allo smoking della swing craze fa riscontro un'immagine consistente in un berretto basco in testa, un paio di occhiali nerissimi con montatura molto pesante e sotto il labbro un ciuffo di peli, che il grande Dizzy conservera' gelosamente fino al momento della sua morte.
Chiarito il significato tecnico-musicale del be-bop e descritta nei suoi termini essenziali l'esteriorita' di un aspetto che celebrava profonde concitazioni interiori, e' necessario andare a verificare quali furono le concause di ordine sociale, ideologico, civile che determinarono la rivolta dei boppers. A tale riguardo risultano illuminanti le figure di due jazzmen neri, Lester Young e Charlie Parker, non soltanto per le innovazioni di carattere stilistico che hanno apportato alla storia del jazz, ma anche per quanto hanno rappresentato nella vicenda dei neri d'America.
(Tratto dalla "Storia del Jazz" di Walter Mauro) Nella foto Lester Young

La ribellione dei boppers

Pubblicato da Antonio Ferrero Cracas

Il be-bop e' nato nel 1944, nel cuore di Manhattan, precisamente nella Cinquantaduesima strada. Ed e' la musica che, nella storia del jazz, ha rappresentato la piu' autentica ribellione del creativo musicale afroamericano alla situazione di standardizzazione espressiva del swing craze: genere musicale che aveva subito un'inesorabile processo di commercializzazione. I musicisti della tradizione non tardarono a considerare folle quella nuova espressione che scompaginava le regole ormai codificate della loro musica. Quando alcuni jazzmen della tradizione di New Orleans e di Chicago, precisamente il batterista Dave Tough ed alcuni uomini dell'orchestra di Woody Herman, si recarono all'Onyx Club per ascoltare il quintetto di Dizzy Gillespie ed Oscar Pittiford, uscirono dal locale completamente frastornati di fronte a musicisti che si interrompevano di continuo, senza offrire a chi ascoltava la possibilita' di comprendere quando un assolo cominciava o terminava. Da qui le polemiche molto dure che videro schierati su due fronti, molto combattivi, i modernisti ed i tradizionalisti, con scambio di epiteti poco edificanti come quello di moldy figs, fichi fradici, con cui vennero spregevolmente definiti i tradizionalisti. Risulta chiaro che, in questa situazione nuova, sul piano di una completa rigenerazione del tessuto musicale, stava nascendo un modulo espressivo diverso ed antitetico di quanto il jazz era stato ed aveva rappresentato nella sua vicenda. Il giorno d'incontro al Milton's era di lunedi', perche' era quello il giorno di riposo delle grandi orchestre impegnate a far muovere i piedini alla borghesia bianca di Broadway. Una gran folla, soprattutto di curiosi, si addensava all'ingresso del piccolo club e tra i musicisti che si abbandonavano a fascinosi afrer hours c'erano jazzmen - celebri grazie allo swing - del calibro di Coleman Hawkins, Art Tatum, Teddy Wilson, Benny Carter, Chu Berry, Mary Lou Williams, e con loro molti altri giovani cultori della nuova musica, che provenivano dalle piu' disparate regioni degli Stati Uniti. Tra le nuove leve si affacciavano alla ribalta i personaggi che in seguito avrebbero fatto la storia del be-bop: Gillespie, Charlie Parker, Thelonius Monk, Kenny Clarke, Max Roach, per citare i piu' conosciuti. Tutti quanti suonavano un qualcosa che nessuno aveva mai sentito prima, in quanto frutto di esperienze personali. Per esempio, Parker aveva scoperto che era possibile realizzare un discorso sonoro estremamente fresco e mordente con un sapiente gioco d'anticipo sulla partitura tradizionale. Mentre il grande batterista Kenny Clarke aveva capito che utilizzando i piatti al posto della grancassa avrebbe prodotto lo stimolo di un accompagnamento vivo e vitale, fuori dagli schemi del tradizionale beat della batteria.
(Tratto dalla "Storia del Jazz" di Walter Mauro) Nella foto il mio maestro Enrico Lucchini, con il suo maestro Kenny Clarke, a Parigi.


Charlie Parker Sessions