La liberazione del free

Pubblicato da Antonio Ferrero Cracas

Nel giugno del 1966, il grido di "Black Power" venne lanciato da una voce sconosciuta nel corso della marcia dei neri sulla citta' di Jackson nel Mississippi. Fu quello il momento di una esplosione a lungo compressa, fin dalla stagione storica dell'Harlem Renaissance e delle teorie di Garvey sul ritorno e sul rinascimento dell'Africa nera: il tutto aveva un supporto nella predicazione di Martin Luther King. Di ritorno dal Festival delle Arti Nere di Algeri, Archie Shepp, uno dei padri spirituali del nuovo linguaggio, non nascose il senso di rivelazione che avevano per lui taluni suoni e certe percussioni particolari. Vi fu un vero e proprio rimescolamento tra la ricerca di ataviche sonorita' e la nuova ideologia politica nell'ambito della valorizzazione di tutto cio' che apparteneva ai neri, oltre che e la libera ispirazione nell'ambito creativo, a dare vita al New Thing musicale: al free jazz. E' chiaro che non era mai accaduto in precedenza che la valorizzazione dell'ideologia comprimesse o isolasse del tutto il senso estetico dell'esecuzione. Non era mai successo neanche con la musica di Ellington o di Armstrong, ma neppure con Miles Davis o Jhon Coltrane: di ques'ultimo e' ben noto il suo iniziale disagio quando per la prima volta si trovo' a suonare con uomini del free come Ornette Coleman o Archie Shepp. Ma per lui il trauma iniziale, che mai verra' superato dai jazzmen della tradizione, fu vinto in virtu' dell'acquisizione del free jazz come libera rivolta alle regole rigide del colonialismo bianco. Quindi liberi anche nelle parti e nelle strutture musicali, dove l'improvvisazione prende il sopravvento sulle strutture esistenti, senza la codificazione di specifiche armonie che possano, in qualche modo, limitare la creativita'. Anche la ritmica ovviamente e' coinvolta in questo processo di liberazione: la batteria non ha soltanto il compito di portare un tempo prestabilito, ma anche quello di seguire l'onda emozionale del momento e fraseggiare con il solista di turno, con l'intento di riallacciarsi, oltre che d'ispirare a sua volta, la creativia' di ogni musicista. L'esempio piu' provocatorio e probante di tale rapporto e' di certo offerto dal lungo brano che ha dato il nome a tutto il movimento del New Thing: fu storica la registrazione, avvenuta a New York nel 1960, di Free jazz eseguito dal Double Quartet di Ornette Coleman e non solo per il titolo che ha dato il nome all'intero movimento, ma anche perche' e' stata la prima manifestazione ufficiale e collettiva dell'avanguardia jazzistica. Era un doppio quartetto, appunto, costituito da due ottoni, due ance, due contrabbassi, due batterie. La musica che ne esplose risulto' un impasto sonoro fortemente traumatico, al limite della provocazione, secondo una consuetudine che Ornette Coleman andra' ripetendo per anni in tutti i palcoscenici del mondo: "Quando il solista suonava qualcosa che mi suggerisse un'idea o direzione musicale, io la suonavo dietro di lui nel mio stile. Egli continuava naturalmente l'assolo alla sua maniera", ricorda Coleman a proposito di quella memorabile incisione, e ancor piu' risulta indicativo il fatto che sulla copertina del disco compaia il dipinto White Light di Jackson Pollock, a conferma della conseguita frantumazione del linguaggio tradizionale compiuta nella piu' totale liberta' espressiva, ma al contempo nel piu' rigido controllo del momento creativo.
(Tratto dalla "Storia del Jazz" di Walter Mauro) Nella foto Archie Shepp



Ornette Coleman Quartet - Roma 1974


Ornette Coleman - Lonely Woman


3 commenti:

Anonimo ha detto...

Siamo giunti all'obiettivo!!Il Web è stato docile stavolta!!
Ho letto e spratutto ascoltato con piacere John Coltrane in A Love Supreme.
Certo gli anni Sessanta, quelli del "Free Jazz" sono anni speciali, secondo me. Proprio per lo spirito ribellistico che scaturisce da queste esecuzioni musicali. L'esempio, che poi è quello che più calza con il tuo interesse specifico, è la batteria che non porta il tempo prestabilito ma si scatena dietro il solista di turno.
Per me è importante questa libertà espressiva che si sposa bene con la ricerca delle antiche sonorità dell'Africa Nera.
Diciamo che d'ora in avanti almeno collegherò la poesia e l'impegno politico di Martin Luther King con il Free Jazz.Non è poco.
Grazie, Antonio.
Un abbraccio affettuoso.
Marianna

Anonimo ha detto...

Quando puoi passa dall'Irene art café...virtuale. C'è una minuscola ma affettuosa sorpresa per te.
Un abbraccio
Irene

Antonio Cracas ha detto...

Grazie Irene.